Mentitore, vile, schizoide, tuttavia dotato di
una logorrea trascinante. Imbevuto di una
anti cultura, appresa dai peggiori libelli
nazionalisti e dalle riviste di antisemitismo
dozzinale che circolavano nella Germania di
Weimar, Hitler parla, per tutta la durata
del romanzo, della sola cosa di cui possa
parlare una simile non persona. Del vuoto, del
nulla, del niente.
Egli è un untore del nulla, catalizza
nella sua non persona tutto il vuoto che lo
circonda, lo amplifica e lo sparge come un
virus.
Il nazismo si diffonde come un tumore
nel corpo malato della Germania della
repubblica di Weimar, coagulando attorno a
Hitler altri tumori, non persone,
Hitler potenziali, dementi meno carismatici,
ma altrettanto grotteschi: Goering,
Röhm, Goebbels, Hess, Himmler, Bormann.
È un’inarrestabile ascesa: il putsch della
birreria, la presa del potere, l’incendio del
Reichstag, la “Notte dei Lunghi Coltelli”,
il rogo dei libri, i pogrom anti-ebrei.
L’autore non ci risparmia nulla e dipinge
l’angosciante sensazione che, nel clima
dell’Europa del tempo e con la colpevole
inazione delle potenze mondiali, la più
grande delle tragedie europee avanzi verso
l’inevitabile scoppio della II Guerra
Mondiale e l’Olocausto.
Odio razziale, miseria e ignoranza: il
combustibile. I nazionalismi: il
comburente. Hitler e la sua cricca di
psicopatici: la scintilla esplosiva.
La narrazione procede sino a che l’orrore
raggiunge il suo apice. Lo sterminio degli
ebrei, gli Einsatzkommando, i
bombardamenti sull’Inghilterra, l’attacco
all’Unione Sovietica, la tragedia della
VI armata a Stalingrado, i campi di
concentramento, le V2, il
progressivo collasso del Terzo Reich, sino
al delirio degli ultimi giorni in una Berlino
da girone dantesco.
Poiché dal punto di vista della trama Genna
non inventa nulla, ne modifica, ma riporta
fedelmente la storia, ciò che colpisce di più
del romanzo è lo stile. Esplosivo, la
scrittura descrive il delirio trasmettendo la
febbre.
La narrazione è marmorea, asciutta sino
all’estremo, delinea la scena in modo succinto,
mai eccessivo, non si abbandona a fronzoli da
fighetti, non concede nulla alla prosa
raffinata.
Ogni frase è un colpo di maglio, persino quando
è composta di un’unica parola.
Anzi più la frase è secca, concisa, più il suo
effetto sulla narrazione e sul lettore è
agghiacciante.
Lo stile giusto per descrivere il Male e,
soprattutto, per il messaggio più importante del
romanzo: un appello privo di compromessi sulla
necessità della memoria. La parola d’ordine,
dall’inizio alla fine, è Memoria.
“Hitler” è, assolutamente, un libro da
leggere.
Appare ridicola, se non addirittura offensiva,
l’accusa mossa ai romanzi di Littell e
Genna, da quel signore che scrive sull’Avvenire
“… libri di nessuna utilità, esibiscono solo
la pornografia del Male …”. La
pornografia del Male sono le trasmissioni
fiume intorno alle villette di Cogne e di
Garlasco, i plastici delle scene del delitto
esposti nei salotti buoni della televisione, le
code per assistere al processo per i fatti di
Erba, non dei romanzi di spessore letterario
e rigore storico che contribuiscono ad uno
dei nostri doveri principali: non dimenticare
ciò che è accaduto perché non possa più
accadere. Affermare, come ha scritto il medesimo
signore, che “…il Male assoluto respinge ogni
argomento in contrario, anzi lo trasforma
addirittura in un evento positivo…” equivale
a firmare una resa incondizionata. Non possiamo
raccontarlo, altrimenti egli, il male,
rigira a suo favore i nostri argomenti. Tanto
varrebbe tacere, allora, lasciare che l’oblio
abbia il sopravvento, così che i figli possano
tranquillamente ripetere gli errori dei padri,
senza che nessun memento possa trattenerli.
D’altronde non potremmo pretendere molto da chi
sostiene che “La metafisica del Male è
materia teologica. Non fa per lo scrittore...”
se così fosse Dante avrebbe dovuto
limitarsi al Purgatorio ed al Paradiso,
privandoci di quel capolavoro che è l’Inferno,
la qual cosa si commenta da sé.
per gentile concessione dell'Autore
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