Leggendo recentemente uno scritto di Simone Sarasso (l’autore di “Confine di Stato”, che approfitto per salutare e ringraziare), a proposito de “Il pendolo di Foucault”, mi sono venute in mente alcune riflessioni in merito al rapporto tra alcuni romanzi di Umberto Eco e la letteratura gialla che riporto qui di seguito.
Scrive Simone a proposito del
Pendolo:
“Esistono due categorie di lettori del
romanzo di Eco: quelli che non riuscivano a
smettere di leggerlo e quelli che non sono
riusciti a finirlo. I secondi, se interpellati a
proposito, rispondono con la frase: È troppo
difficile…Degli appartenenti alla prima specie
ne ho conosciuti ben pochi”.
A tal proposito mi permetto di aggiungere che
anche per quanto riguarda “Il nome della rosa”
(ma forse per tutti i romanzi di Eco), si
potrebbe tranquillamente suddividere i lettori
in queste due categorie. E tra i romanzi di
Eco, proprio questi due, sono quelli che
appartengono, almeno in qualche modo, alla
categoria dei “gialli” o quantomeno dei
romanzi di investigazione.
A voler esagerare, nel genere dei romanzi di
investigazione potrebbe entrare veramente un
po’ di tutto. I romanzi polizieschi e
quelli di investigazione in generale,
rappresentano storie di congettura, allo
stato puro ed ai lettori, solitamente,
piacciono i gialli e le investigazioni
non tanto perché ci siano i morti ammazzati, ma
perché seguendo le congetture, alla fine si
celebra il trionfo dell’ordine (sociale,
legale e morale) sul disordine.
Però poi, guardando con maggiore attenzione, scopriamo che anche una diagnosi medica, una ricerca scientifica, un’interrogazione di tipo filosofico sono casi di congettura, ovvero di indagine.
Insomma per farla breve anche nella medicina,
come nella psicoanalisi, o nella
filosofia, la domanda fondamentale pare
essere la medesima del romanzo poliziesco,
ovvero: di chi è la colpa?
E la soluzione a questo interrogativo si trova,
solitamente, seguendo delle congetture e
presupponendo che i fatti abbiano una logica,
solitamente imposta dal colpevole che si sta
ricercando. Ma stiamo uscendo dal seminato e
torniamo pertanto alle “presunte” connessioni
tra i romanzi di Eco e la
letteratura
di genere giallo.
“Il nome dalla rosa”, come tutti
certamente sapranno, narra delle vicende legate
alle investigazioni svolte da un monaco –
scienziato (Guglielmo da Baskerville),
che si viene a trovare in un convento
dell’Italia del nord alla fine del 1327,
nel periodo dell’eresia di Fra Dolcino,
del trasferimento del papato da Roma ad
Avignone e della discesa in Italia
dell’imperatore Ludovico.
Nel convento si susseguono una serie
di morti terribili e misteriose, collegate
con la scomparsa di un libro dalla biblioteca
– labirinto dell’abbazia - ed intrecciate con la
scoperta che tra le mura si nascondono alcuni ex
appartenenti ai gruppi eretici dolciniani.
Le vicende sono narrate, parecchi anni
dopo lo svolgimento dei fatti, da un novizio
che si trovava in compagnia di Guglielmo,
Adso da Melk, che passa attraverso gli
avvenimenti, li registra con la fedeltà
fotografica di un adolescente, ma non li capisce
e non li capirà neppure da vecchio, tanto da
scegliere una fuga nel nulla divino al contrario
di quello che gli aveva insegnato il suo maestro
Guglielmo.
Eco è abile ad ingannare l’ingenuo lettore, il libro comincia come se fosse un giallo e pure prosegue come se fosse un giallo, propina un Grand Guignol di sangue, di morti ammazzati, di misteri, di libri che nascondo chissà quali segreti. Ma intanto fa leggere al lettore anche storia, arte, latino, teologia e trascina lo “sventurato” che si è incaponito nella lettura sino alla fine del romanzo per scoprire che si tratta di un giallo dove si scopre ben poco ed il detective, in realtà, alla fine viene sconfitto.




