Company of Wolves, The (1984) - In compagnia dei Lupi - Regia: Neil Jordan

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Regia: Neil Jordan. Con: Angela Lansbury (Granny), Sarah Patterson (Rosaleen, Micha Bergese (Huntsman), Sharie Johnstone (II ragazzo), David Warner (il padre), Tusse Silberg (la madre), Graham Crowden (il prete), Brian Glover, Kathryn Rea, Giorgia Slowe, Susan Perfett, Dawn Archibald, Richard Morant. Genere: Fantastico — Soggetto: Da un racconto di Angela Carter — Sceneggiatura: Angela Carter, Neil Jordan - Fotografia: (panoramica-a colori) Bryan Loftus -Musica: George Fenton — Montaggio: Rodney Holland — Durata: 108' — Origine: Gran Bretagna (1984) — Produzione: Palace Productions, London — Distribuzione: Artisti Associati (1985).

 

Soggetto

A Rosaleen, una graziosa adolescente inglese, piace molto dormire. Nel sogno, popolato di giocattoli infantili che improvvisamente si animano e di animali mansueti o feroci (i lupi) in una fantastica foresta, la ragazza rivive le fiabe che la vecchia nonna le ha raccontato fin dalla più tenera infanzia, situando la nonna, se stessa e tutti gli avvenimenti nel lontano Settecento. Ai racconti della nonna Rosaleen crede in piena fiducia, ma essa vuole anche conoscere ed affrontare la realtà ed i suoi inevitabili pericoli: essa sa che non dovrà mai abbandonare il giusto sentiero e sempre diffidare degli uomini, che sono più feroci dei lupi. Una sorella di Rosalleen è morta ancora giovanetta ma, nei sui incubi, questa è stata sbranata da un lupo (o forse anche uccisa da un uomo perverso, secondo le idee dell'ava). Anche nel goffo bacio di un garzoncello del villaggio con cui Rosaleen fa una passeggiata nel bosco, l'inconscio le fa presentire, sognando, la colpa ed il pericolo. In una delle fiabe a lei raccontate si parla di un festino di nobili in occasione di una matrimonio, là dove lo sposo viene affrontato ed offeso da una popolana di lui rimasta incinta: nell'incubo notturno, tutti i convitati saranno trasformati in lupi ringhiosi e scatenati. Un giorno, Rosaleen deve attraversare il bosco per recarsi alla casetta della nonna. E' protetta solo dal mantello di lana rossa che la vecchia le ha fatto con le sue proprie mani. Incontra un seducente cacciatore, che la sfida ad arrivare prima di lui a destinazione: se lui vincerà, avrà come premio un bacio. Rosaleen, affascinata, accetta, ma a casa troverà la nonna decapitata e vedrà con terrore che, pagato da lei il pegno, l'uomo si trasforma in lupo. Il padre ed i paesani accorrono per salvare Rosaleen la quale, tuttavia, sceglie di fuggire con lo sconosciuto diventato una fiera (ma con lacrime negli occhi roventi), accettando lei stessa di condividere da lupa la sorte. Ora Rosaleen si risveglia, ogni incubo è finito, ma dietro la porta della sua confortevole camera ulula sinistramente un branco di lupi veri. (segue)

 

Valutazione Pastorale

Formalmente il film (regista Neil Jordan) è impeccabile. L'atmosfera, il clima sempre teso e morboso, quella foresta (tutta ricostruita) che è un folto pressoché inestricabile e labirintico di alberi, di foglie e di liane, sono spelndidamente resi, saccheggiando alla lettera le tavole a colori dei libri celebri (quelli delle fiabe di Perrault e dei Fratelli Grimm), arricchite delle infinite risorse della moderna tecnica, con precisi riferimenti stilistici anche alla cifra di un Bosch e di un Palmer. In più, il film è squisitamente, perfettamente inglese, per le sue ascendenze Tematiche (fino ad Edgar Allan Poe) e figurative, nel gusto del gotico, che sempre ha affascinato le genti di Oltre Manica, e per una quantità di dettagli sul piano visuale, che richiamano subito alla mente le raffinatezze di un Hogarth e di un William Blake, tanto per non citare che due nomi. Nell'attuale simbiosi è da considerare infine anche il piacere dell'horror movie, che qui trova nelle varie mutazioni uomo-lupo larghe ed efficaci conferme (non tutte poi cosi sgradevoli o grossolane come qualcuno potrebbe credere). Mutuando, da culture e letterature popolari differenti, fiabe e leggende antichissime, la regia ne tenta il montaggio ricorrendo a piani diversi, il che, peraltro, obbliga ad ammettere che, con tale operazione, il film risulta un po' confuso ed affastellato quanto a storia. La quale storia è, in sostanza, quella di una adolescente in quieta e turbata, nella cui mente e nei ci sensi le fiabe ed i commenti relativi hanno, proliferando, lasciato sedimenti pericolosi. Da ciò gli incubi, l'inevitabile "protagonismo" di Rosaleen, partecipe e vittima ad un tempo di situazioni allarmanti o rischiose, aggrappate"ancora com'è a giocattoli di "pelu-che" che nel sogno prendono vita, sempre condizionata dagli argomenti della nonna, ma anche affascinata dalla realtà e dal mistero. Se letto in chiave psicanalitica, il film può funzionare anche così (oltre che sul piano del fantastico puro): e questa lettura non sembra affatto dispiacere al regista, che ha letteralmente inzeppato il suo lavoro di una infinità di simboli (funghi, tronchi d'albero, giocattoli e animali pelosi) assolutamente scontati e scoperti, cosicché i turbamenti della adolescente Rosaleen attraverso sogni ed incubi sono leggibili come radiografie. Diremo inoltre che, in un'ottica siffatta il film di Jordan è un po' didascalico (così come. per altri versi, un po' moralistico e forse non proprio rispondente ai gusti dello spettatore italiano). Il personaggio della nonna è emblematico. Noi dissentiamo da gran parte della critica, che ha definito costei una cara e dolce vecchietta. Proprio per niente: la nonna di Rosaleen è un esempio paradigmatico di una funesta pedagogia (ottocentesca e, nel caso nostro, anche tipicamente inglese), fondata sulla repressione e la paura. La cara vecchietta, che dispensa saggezza in pillole, fatte in casa come la marmellata di fragole, sui "retti" sentieri, la "giusta" strada e la perpetua "diffidenza" contro gli uomini, appostati peggio dei lupi sul cammino delle fanciulle, è una vera sessuofobia, che traumatizza la sensibilissima bambina (ovviamente amata e "difesa"), la quale però ha davanti a sé tutte le realtà della vita. L'Origine, la causa degli agitatissimi sogni di Rosaleen e dei suoi incubi, in quel bizzarro e pauroso miscuglio di uomini e di lupi, in quegli andirivieni pavidi, ma anche eccitati, nel bosco intricatissimo, dove il sentiero è tortuoso ed ha margini esigui, è tutta qui. Sono le chiacchiere della vecchia-sciocca, non saggia, se sceglie solo fiabe terrorizzanti - che continuano ad inquietare la mente di una ragazza, la quale avverte nel corpo e nel cuore pulsioni a lei ignote. Per cui alla fine, a furia di sentirsi dire che gli uomini sono anche peggiori dei lupi, l'adolescente, dopo aver baciato il baldo cacciatore, il suo principe azzurro licantropo, ne accetta la sorte ferina, per condividerla, pronta anche lei ad ululare nel branco. Quale prospettiva! Si è detto che il film di Jordan (tratto da un racconto tra quelli che Angela Carte, nota scrittrice britannica, ha pubblicato sotto il titolo di "La camera di sangue") pecca di una certa confusione (anche se ne ribadiamo il valore estetico, la perfetta resa soprattutto delle atmosfere tetre, notturne, della foresta come dimensione e simbolo). Difficile, se mai, trame quella morale che forse il regista ha voluto proporci, tra tanti eventi morbosi paurosi e fantasticherie di ogni sorta: forse - azzardando - che non vi è alcuna speranza ("homo homini lupus"), tanto è vero che Rosaleen, vulnerata (come pensa) da qualche rara esperienza, fa una scelta, dettata da oscure paure, per scendere lei stessa - una donna ormai fiorita - nel buio del "mondo di sotto" e diventare lupo, piuttosto che creatura di vita. E' una ipotesi agghiacciante, di cui il finale del film, con quel branco di lupi minacciosi contro la porta della finale del film, con quel branco di lupi minacciosi contro la porta della nostra infelice eroina, sembra legittimare il fondamento. Fotografia magnifica (di Bryan Lotus), tutta bruna e filamenti d'argento, musica al caso adeguatamente sensuale o sinistra (è di George Fenton) e tanti tantissimi effetti speciali. Tra gli Interpreti, la giovanissima Saraha Patterson (un ragazza interessata alla fiaba, ma anche ardita e attratta dal mistero della vita), ad una Angela Lanshuty, centralissima nel suo ruolo: una nonna verso cui siamo stati forse troppo severi (tanto più in quanto morta decapitata come Maria Antonietta), ma alla quale soltanto, bisogna pur convenirne, sono da imputare tutti i traumi che hanno portato la nipote ad avere di notte tanti incubi e a ritrovarsi all'alba, alla fine del secolo ventesimo, con un branco di lupi ringhiosi.

 

 

Accettabile riserve/ambiguità

 

Da: Centro Cattolico Cinematografico - Segnalazioni Cinematografiche - Valutazioni Pastorali

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