L'Europa alla vigilia della pandemia
Come sottolinea
Norman F. Cantor
nella sua opera In the Wake of the Plague,
l'Europa del
Medioevo
doveva la nascita di unità statali, gli efficenti
sistemi giuridici e formativi, lo sviluppo delle
città e la crescita del commercio anche al fatto che
il periodo che va dall'Ottocento
al
Trecento
fu caratterizzato da un clima particolarmente
favorevole, in un'area che andava dall'Islanda
a
Varsavia
e da
Oslo
fino a
Palermo,
oltre che alla mancanza di grandi epidemie.
Tra il
900 e
il
1300
la popolazione europea quadruplicò. Vastissimi
territori vennero strappati a foreste e paludi e
resi coltivabili. Le zone maggiormente sviluppate
erano l'Inghilterra
meridionale, le valli della
Senna
e della
Loira,
oltre alla zona attorno a
Parigi
in
Francia,
la valle del
Reno
e le
città anseatiche
in Germania, oltre a
Fiandre,
Paesi Bassi
e
Italia
centro-settentrionale (dalla
Pianura padana
fino a
Roma).
Questi territori erano popolati molto più densamente
del resto d'Europa, e vi si trovavano anche le città
più popolose. L'Europa del
Trecento
disponeva di eccellenti
università,
costruiva stupefacenti cattedrali in stile gotico e
stava vivendo un'autentica fioritura artistica e
letteraria. Tra il
1214
e il
1296
non intervenne alcun grande conflitto a bloccare lo
sviluppo della società, ed i confini europei non
erano minacciati, né a sud dagli
arabi,
né a est dai
bizantini.
Solo nel
1241
un'invasione mongola venne sventata ma per cause
indipendenti dalla potenza delle armate europee (che
furono, infatti, sconfitte nello scontro presso
Liegnitz
-
Legnica,
in
Slesia,
una regione meridionale dell'attuale
Polonia),
in quanto le armate asiatiche furono richiamate in
patria per motivi legati a problemi interni dell'impero
mongolo.
Nelle università avevano grande importanza gli studi
teologici e filosofici, mentre alle scienze naturali
si dedicava un'attenzione minore. Le poche
conoscenze chimiche venivano impiegate nell'alchimia,
e quello che si conosceva dell'astronomia
serviva per oroscopi e profezie. In particolare,
poco sviluppate erano le
scienze mediche.
Non era chiara l'origine delle malattie, né si aveva
alcuna idea su come curarle. La società medievale,
come nota Norman Cantor, disponeva di rimedi
prevalentemente non sanitari per le devastanti
conseguenze di una pandemia: preghiera, penitenza,
quarantena dei malati, sfollamento delle persone
sane e ricerca di capri espiatori.
Già
prima della pandemia vi furono avvisaglie di crisi:
a partire dal
1290,
in molte parti d'Europa, vi furono lunghi periodi di
carestia,
provocati principalmente dal raffreddamento del
clima,
la cosiddetta
piccola era
glaciale, che perdurò per 400 anni. Delle
ricerche sui prezzi dei cereali a
Norfolk,
in
Inghilterra,
mostrano che tra il
1290
e il
1348
vi furono 19 anni di raccolti scarsi. Ricerche
analoghe svolte in
Linguadoca
segnalano 20 anni di produzione agricola
insufficiente tra il
1302
e il
1348.
Dal
1315
al
1317
la
Grande carestia
infuriò in tutta l'Europa settentrionale, e anche
gli anni
1346
e
1347
furono anni di carestia nel sud dell'Europa. Tra il
1325
ed il
1340
le estati furono molto fresche ed umide, comportando
abbondanti piogge che mandarono in rovina molti
raccolti ed aumentarono l'estensione delle paludi
esistenti.
Già nel
1339
e nel
1340
vi furono epidemie nelle città italiane, che
provocarono un deciso aumento della mortalità. Le
fonti fanno supporre che si trattasse
prevalentemente di infezioni intestinali. Tutte le
città europee di quel tempo erano, a dir il vero,
delle vere e proprie discariche a cielo aperto, con
cumuli di rifiuti giacenti a marcire per strada.
Come se non bastasse, la tragica situazione igienica
era aggravata dall'assenza di fognature, con rifiuti
organici versati direttamente in strada da finestre
e balconi. È questo il quadro nel quale,
nell'Ottobre 1347, la peste fa la sua comparsa nei
porti del
Mar Mediterraneo,
a
Messina,
a
Costantinopoli
(Istanbul)
ed a
Ragusa
(Dubrovnik). Si pensava anche che la peste venisse
portata da gruppi marginali come le streghe e gli
ebrei, questi ultimi erano da sempre perseguitati
perché accusati di deicidio o reicidio cioè
l'uccisione di Gesù; erano più colti della media
della popolazione e ogni qual volta si inserivano in
una città creavano un loro esclusivo sistema
sociale. Le "streghe" erano perseguitate poiché
accusate di parteggiare per il demonio e di avere
con questo rapporti carnali ogni sabato in dei
luoghi chiamati "sabba" durante i quali
sacrificavano bambini bevendo il loro sangue.
C'erano anche altre ipotesi sul diffondersi della
peste come congiunzioni astrali sfavorevoli e
punizioni divine. La medicina dell'epoca non aveva
fatto grandi passi avanti rispetto ai tempi
dell'impero romano, così i medici, basandosi sulle
sulle conoscenze di
Ippocrate
e
Galeno,
i due più importanti medici dell'antichità,
pensavano di poter guarire dalla peste elimindo dal
corpo l'humus negativo, tagliando una vena al
paziente e facendo uscire del sangue; purtroppo
anche questo contribuiva in realtà al diffondersi
del contagio. Gli uomini di fede ritenevano che la
peste fosse stata mandata da Dio come punizione,
perciò organizzarono preghiere collettive,
processioni, movimenti quali i flagellanti,
purtroppo non solo la cosa si rivelò inutile, ma
perfino dannosa, essendo questi eventi collettivi
un'ottima occasione per veicolare l'agente patogeno
per via respiratoria.



















