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Il cinema horror, negli anni ottanta, ha mostrato la capacità di evolversi in più direzioni; uno di questi percorsi è rappresentato dal lavoro di tre grandi artisti, che hanno mosso i primi passi negli anni settanta e ancora negli anni novanta sono riusciti a proseguire il loro cammino, nonostante una generale stasi del film horror. Scopriamoli insieme: John Carpenter, David Cronenberg, Wes Craven.
Gli anni ottanta, non sono, soltanto appannaggio di questi tre autori. In realtà, il panorama che ci è offerto è piuttosto vasto. Sfortunatamente, spesso presenta una qualità molto bassa. Rispetto agli anni settanta, questo decennio ha significato un incremento vertiginoso di produzioni espressamente commerciali, di dubbia qualità e quasi sempre di nessuna originalità.
Se nei dieci anni prima, le opere fondamentali si presentavano in un numero esiguo ma forti di una qualità evidente (dalla “Notte dei morti viventi”, “L’esorcista”, “Halloween” a “Profondo rosso”) dando l’avvio a filoni prolifici, anche con esempi di qualità superiore alla media, gli anni ottanta proseguono, solo in parte questo indirizzo.
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Risalta, invece, una maggiore contaminazione tra varie tematiche e purtroppo uno sfruttamento di tutto ciò che ha funzionato al botteghino, per la maggior parte dei film del decennio. Esistono all’incirca, una decina (più o meno) di film che hanno segnato questi dieci anni: La cosa, Alien, L’ululato, Shining, Venerdi 13, La casa, Videodrome, Nightmare, Poltergeist e Hellraiser.
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Questi film, secondo me, sono, oltre che ottime opere, il prototipo studiato, copiato e citato da decine di film per tutto il decennio. Oltre a rappresentare le tendenze horror, che si imporranno per tutti gli eighties, hanno permesso all’horror-movie di trovare nuove strade da battere.
Gli anni ottanta, comunque rispetto all’ondata fortemente polemica, sovversiva, trasgressiva che l’orrore targato anni settanta ci ha regalato, si attestano come un momento di crisi e riflessione. In breve tenterò di far chiarezza sul concetto: riflessione di un cinema che si chiude in sé, che tenta di analizzarsi, di trovare i propri difetti e pregi e rigenerarsi dalle proprie “ceneri”.
L’orrore, in questo senso, scopre la televisione, un veicolo di trasmissione di ogni sorta di male. Provate a vedere “Videodrome”, oppure “Poltergeist”. Due film, in cui la televisione, è messa esplicitamente sotto accusa. Ma questo è anche un periodo di forte crisi creativa: e ad attestarlo lo è la moda dilagante dei sequel: che significa, ripercorrere la via di un film saccheggiandone intreccio e tematiche per costruire cloni, in un gioco di rimandi e rinvii che impediscono possibilità di nuovi percorsi.
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Forzando un termine, preso a prestito dalla storia della pittura, potrei definire gli anni ottanta, una sorta di “officina del manierismo cinematografico”. Dovuta proprio a questa indole di moltiplicare all’infinito, temi, storie (e titoli!) di film di qualsiasi valore, alto, medio o basso.
I filoni che s’impongono in questo decennio con maggior forza sono dedicati alle case infestate, alla carne e al sangue, ai racconti di Stephen King, agli assassini psicotici. Questo non significa che l’horror, non proponga, anche cose completamente differenti, ma in rapporto quantitativo sono nettamente inferiori.
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