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Esordio cinematografico di George A. Romero, “The night of living dead” è un film eccezionale. Comincio subito svolgendo una veloce sintesi del plot: probabilmente a causa di una pioggia di detriti radioattivi, appartenuti ad un satellite di ritorno da venere, sulla terra i morti resuscitano. In stato semi incosciente si aggirano per le strade, attratti dalla carne umana. Un morso, di uno di questi esseri, significa il contagio (ovverosia, una lenta agonia per poi tornare in vita come morti viventi). Barbara, una giovane donna, assieme al fratello vengono assaliti al cimitero. Lei riesce a sfuggire e si barrica in una casa desolata, in mezzo alle campagne. Là, trova un manipolo di persone nascoste. Comincia un assedio notturno. Pochi uomini ancora vivi, contro orde di morti viventi attorno alla casa. Ad uno ad uno periranno tutti eccetto Ben, un uomo di colore. La mattina dopo, una squadra di cecchini della contea di Pittsburgh, fa fuori i mostri. Ma per sbaglio, scambiano l’unico sopravvissuto, Ben, per un morto e lo uccidono con un colpo di fucile.
Girato nell’arco di sette mesi, questo film è stato scritto da Romero assieme a John Russo. Inizialmente doveva trattarsi di una storia a metà tra l’horror e la fantascienza, con un orda di alieni, ma di questo nucleo iniziale non è rimasto niente se non l’accenno al satellite. Romero ha dichiarato di essersi ispirato, per il soggetto finale ad un ottimo racconto dello scrittore Richard Matheson, “I am a legend”, storia di un uomo, assediato e braccato da una orda di vampiri, ambientato su una terra post atomica dove i ruoli sono rovesciati.
E’ lui a essere considerato un diverso, un mostro. Per questo viene braccato. Questo romanzo aveva già ispirato un film, “L’ultimo uomo sulla terra” di Ubaldo Ragona, girato nel 1963 e molto apprezzato in America. A tal punto che nel 1971 Boris Sagal ne firmò un remake “1975, occhi bianchi sul pianeta terra”.
Romero prendendo spunto da questo romanzo scrisse una storia originale e molto moderna. Ma cosa rende poi effettivamente così unico e innovativo questo film? In fin dei conti si parla di Zombi.
Al cinema erano già stati trattati molte volte. Nel 1943 Jacques Tourneur girò “I walked with a zombi”. E a lui seguirono molti film indirizzati su questo filone. Ma lasciando da parte la suspense psicologica e le atmosfere quasi espressioniste, del piccolo gioiello di Tourneur, la matrice comune a tutti i film su zombi prima del 1968 era pressappoco la stessa: esseri rianimati per mezzo del voodoo, che uccidono su ordine di qualche squilibrato o scienziato folle.
Romero indubbiamente si allontana del tutto, da questo tipo di tratteggio narrativo. Introduce l’antropofagia, i suoi zombi sono attratti dalla carne umana. E poi segnerà in maniera indelebile i tratti caratteristici di tutti i morti viventi che il cinema a venire proporrà. Il contagio (quando vieni morso, diventi come loro), la decomposizione (i mostri non sono esseri viventi sani, spesso si tratta di cadaveri in decomposizione che deambulano per la strada), e tutti hanno sempre un unico punto debole, il cervello.
Per ucciderli devi colpirli al cervello. Romero lavorò in ristrettezze economiche. Girato nell’arco di diversi mesi, soprattutto durante i fine settimana, impegnò un cast di amici e familiari, con due soli attori professionisti, i due protagonisti, Duane Jones (Ben) e Judith O’Dea (Barbara).
Terminato e montato, fu offerto per la distribuzione prima alla Columbia Pictures e poi alla AIP, ma entrambe rifiutarono. Alla fine fu distribuito da una casa minore ma il successo fu tale da fruttare al film ben trenta milioni di dollari.
Uscì a Pittsburgh il 2 ottobre 1968. Nel 1970 venne addirittura rieditato in formula Double Bill, cioè unito ad un'altra pellicola e trasmesso in fascia oraria tarda. Venne addirittura, scelto e presentato al Moma di New York, in una mostra sui migliori esordi cinematografici.
Perché innovativo? Night of living dead, offre molte chiavi di lettura moderne, mai prima affrontate. Innanzitutto una velata denuncia, relativa all’incubo atomico, rappresentata dal satellite, causa dell’epidemia di morti viventi. E poi una nuova visione del male, lontana dal mostro classico, più inquietante, con questa idea del contagio attraverso il sangue, la carne infetta.
Ma la vera novità va letta oltre i morti viventi. E’ la metafora della famiglia in crisi. Non si tratta più di un nucleo sicuro e ricco di valori, ma di un guscio vuoto, spesso cattivo, molto spesso infetto di odio e di rancore.
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