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Nel 1978 il regista Werner Herzog realizza un film “Nosferatu, principe della notte”. Si tratta di una rilettura del classico tedesco di Murnau (1922). Herzog ha sempre definito questo film un legame di continuità necessario con l’espressionismo tedesco degli anni venti.

 

Un legame con l’unica tradizione cinematografica tedesca precedente al cinema contemporaneo tedesco (all’epoca). Questa almeno è l’opinione di Herzog. Il regista riprende l’opera di Murnau e ne tenta una riscrittura che sembra quasi piegarsi di fronte all’organizzazione spaziale e scenografica di tante inquadrature del film del 1922.

 

Il plot è, più o meno, quello del film di Murnau, anche se va segnalata un taglio di circa dieci, quindici minuti nelle versioni distribuite in America e Italia. Herzog definì il film un’opera rispettosa del “genere” ed infatti così sembra. Il film cresce su uno schema narrativo e su dei segni decodificabili, talmente riconoscibili e iconicizzati, veri topoi dell’immaginario popolare.

 

Ma quando Herzog ci dice che il film si attiene con pudore al “generehorror rispettandolo dobbiamo notare che il risultato finale va molto oltre. Riproponendo del materiale, per il pubblico, interiorizzato da molto tempo, manca la reazione a quei sentimenti primari di paura e tensione che il genere horror è, solito trasmettere. Herzog si muovo dentro un codice ormai convenzionale e riconoscibile.

 

I film di vampiri sono ormai i più saturi, dal punto di vista delle attese e degli interrogativi capaci di suscitare. Del film di Herzog credo che si possa dire ben altro. Partendo dalle sue dichiarazioni d’intento, e vale a dire, il bisogno di trovare un legame con la tradizione di Weimar Herzog riesce a trovare un modo nobile con cui legittimare il proprio lavoro.

 

La scelta di un testo tedesco va ben oltre l’idea di una continuità storico-geografica. Herzog cerca un film-archetipo precedente alla dominazione hollywoodiana, un segno di distinzione da un sistema industriale. La scelta di un film espressionistico è anche la possibilità di praticare una via al fantastico molto più originale e inusitata.

 

Così Herzog ha trovato il modo di riproporre, amplificandolo, il suo fare cinema da sempre anticonvenzionale e antinarrativo. Ecco quindi la dicotomia spontanea con il “genere”. L’horror non è mai stato anticonvenzionale ne antinarrativo. Herzog ci offre un film visionario e molto ambiguo, nel quale il Conte Dracula appare come un essere ricco di una sua interiorità afflitta dalla mancanza d’amore, un conflitto interno che non lo risparmia davanti all’idea della morte eterna, ma anzi la causerà.

 

Il film ha una forte carica erotica, un turbamento che ci accompagna fin dall’inizio delle immagini. Lucy ovviamente è la chiave ambigua di questi turbamenti, fino alla deflagrazione finale, visivamente in debito con Murnau. Lucy cede a Dracula e si lascia morire con lui.

 

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