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Il Vampiro nel 700

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Chris Achilleos - Birth of a
Vampire, 1981 |
Tutti i fatti che precedono il famoso Rescritto sui vampiri di
Maria Teresa d’Asburgo, pubblicato il 1 marzo 1755, non contengono il benché minimo
indizio di un accostamento tra il
vampiro e l’attività di succhiare sangue. Ma
andiamo con ordine. Nella seconda metà del XVII secolo e nella prima metà del XVIII in
Moravia vengono segnalati numerosi casi di cadaveri sospetti, trovati
cioè nella tomba con il corpo gonfio, incorrotto e le membra flessibile. Questi
morti erano inoltre motivo di turbamento per i vivi. All’inizio (1662 e
1666) ci
si limitò a riesumare i morti e a seppellirli in terra sconsacrata (tecnica
antica della doppia sepoltura). In seguito ad un caso (gennaio
1685) di un morto
(vecchia donna) che infastidiva notte e giorno i vivi, si decise di
disseppellirlo e bruciarlo. Casi analoghi vennero segnalati nel
1690. Nel
1725
per un episodio assai simile a quello del
1685 venne introdotto il termine “vampertione
infecta” (il morto era cioè affetto da vampirismo). Altri due casi accaddero
nel
1737 e nel
1738. Questa scrupolosa serie di accadimenti venne raccolta da
un funzionario dell’imperial-regio governo austriaco: Christian d’Elvert, ma non
sappiamo esattamente in che anno. L’Autore, vissuto in ogni caso nel sec. XIX,
dichiara di riportare dei casi segnalati nel registro dei morti della
parrocchia di Bärn. D’Elvert sembra scrupoloso. Cita spesso le esatte parole del
registro (redatto in latino). Il lavoro di d’Elvert venne pubblicato nel
1859, a
cura di F.Bischof. Bisogna pertanto prestare fede a quest’ultimo. In modo molto
generico questi episodi sono confermati nell’opera di
Calmet (1746), il quale li
estende non solo in Moravia, ma anche in Slesia, in Polonia e in
Ungheria. In quest’ultima caso però, data la confusione tra i confini serbo-ungheresi, si
trattava quasi certamente della Serbia.
Non sappiamo se Maria Teresa d’Asburgo fosse venuta a conoscenza degli episodi
raccontati da d’Elvert (come ipotizza Violante, 1988), ma non vi è dubbio che
conoscesse l’opera di
Calmet, tradotta tra l’altro in tedesco nel
1751. Il
fatto, però, che la sovrana inviò verso il
1755 in Slesia (e non in
Moravia) due
medici operanti a Vienna (Christian Xaverius Wabst e Johann Laurentius Gasser)
ad indagare, fa chiaramente capire che di quanto accadeva da diversi anni in
Moravia essa non ne fosse pienamente al corrente. I due medici dopo accurate
indagini e dopo essersi convinti che tutto derivava da “vano timore,
superstiziosa credenza, tetra ed agitata fantasia, semplicità ed ignoranza di
quel popolo” (da Violante, 1988), decisero di riferire il tutto
all’Archiatra di Sua Maestà l’olandese Gerhard van Swieten (1700-1772), allievo
del celebre Hermann Boerhaave. Swieten “contribuì forse più di ogni altro a
far uscire l’Austria dalle superstizioni del diciassettesimo secolo incontro al
conclamato spirito scientifico del Settecento” “(Violante, 1988.
Citaz. da
Kann, 1960). L’illustre Archiatra scrisse una relazione in francese
Remarques sur les vampirisme de l’an 1755.. (il manoscritto oggi conservato
a Vienna non è di mano di van Swieten), tradotta subito in tedesco e pubblicata
nel
1768. In essa l’Autore dimostra di conoscere il lavoro di Tournefort e la
storia di Arnold Paole (citata da Zedler). Pertanto egli riporta a cause
naturali tutti i fatti relativi alla presenza di cadaveri incorrotti. Le
presunte molestie arrecate da quest’ultimi ai vivi sono riconducibili a fenomeni
di incubi notturni (Swieten non usa questi termini, ma parla di una sorte di “compressione”
e “angoscia”, assai frequenti in persone sofferenti di malattie al petto,
fatto questo già registrato da Wabst e Gasser). Swieten non dice quasi nulla dei
fatti riportati dai due medici in Slesia, ma risulta invece particolarmente
polemico con le decisioni prese dal Concistorio di Olmütz in Moravia
(si torna a
parlare della Moravia) e con i Commissari da esso inviati per controllare la
veridicità di fatti di morti sospette, accadute nel circondario. Gli episodi
raccolti dal Concistorio sono molto simili a quelli raccontati da d’Elvert, ma
ciò che indigna l’illustre scienziato è la disinvoltura con la quale i
Commissari (si tratta di cerusici) diedero ordine di bruciare i cadaveri
sospetti di vampirismo. Si noti bene che anche in tutti gli episodi di Olmütz
(accaduti tra il 1723 e il 1755) non si parla mai di vampiri
che succhiano il
sangue. Strana coincidenza: a Olmütz nel 1704 era apparsa un’opera, la Magia
postuma di Karl Ferdinand de Schertz, nella quale si narrano storie
inverosimili (risalenti al XIV sec. e capitate in Boemia, Moravia e Slesia) di
morti che ricompaiono tra i vivi uccidendoli. Tutti gli episodi di Schertz
(assai credulo) sono alquanto manipolati e mancanti delle fonti originali,
andate perdute. Non sappiamo se il Concistorio si basò su quest’opera, ma è
assai probabile che la conoscesse. Anche nell’opera di Schertz si insiste sul
fatto che per placare l’ira dei morti sospetti si debba ricorrere alla
cremazione. Mettendo quindi insieme i fatti riportati dalla Slesia dai medici
Wabst e Gasser con quelli provenienti dal Concistorio di Olmütz in Moravia
Swieten giunse a delle categoriche conclusioni. L’ignoranza superstiziosa del
Concistorio era un fatto assai grave. Per contrastarla oltre a chiare
norme
legislative bisognava affiancare una buona istruzione. Certamente l’Archiatra
aveva tutte le sue buone ragioni per giungere a queste conclusioni. In ogni caso
non dovette essere facile né per i Commissari governativi, né per il Concistorio
prendere delle decisioni. Una volta presa l’erronea risoluzione di riesumare
dalle tombe i cadaveri sospetti non era facile, neppure per i cerusici, far
capire alla gente cosa era successo in realtà al morto. Inoltre non è detto che
tutti i cerusici avessero le conoscenze di Swieten, di Wabst, di
Gasser o se
vogliamo dei medici-chirurghi a Medvegia o la freddezza di Fromann nell’episodio
di
Plogojowitz. Non doveva essere facile riuscire a placare gli animi, sconvolti
dalla paura e dalla superstizione. Del resto abbiamo visto che nella
storia di
Plogojowitz e di Arnold Paole i funzionari e i medici alla fine decisero di
assecondare i voleri della comunità locale, temendo dei disordini. In definitiva
si trattava di dover bruciare solo un morto. Il problema andava risolto a monte,
cioè impedire l’esumazione. Il potere locale doveva in questa delicata fase
essere decisamente più energico. Dubitiamo che il Concistorio e la Commissione
credessero a queste superstizioni. Il loro errore, come abbiamo appena detto, fu
fatto a monte: non impedire, anche con la forza, le esumazioni.
Colpita dalla relazione del suo Archiatra Maria Teresa d’Asburgo
emanò il
1
marzo del
1755 il decreto contro i vampiri, più noto come il Rescritto sui
vampiri . Il tono della sovrana è molto indignato. Il fatto che venga citato
il termine “Magia postuma” per caratterizzare l’intero fenomeno fa
chiaramente capire che vi fosse uno stretto nesso tra gli episodi raccolti da
Swieten a Olmütz e l’opera di Schertz. Le decisioni di
Maria
Teresa sono
drastiche. Lo scopo che ella si prefigge è quello di togliere ogni potere alle
autorità locali, laiche e religiose, nella lotta contro il
vampiro (e a tutte le
superstizioni in genere). Vieta quindi di disseppellire e bruciare i corpi dei
presunti vampiri. Tutto deve essere vagliato da un’autorità politica imperiale,
affiancata da un medico esperto.
Nei paesi latini (Italia in particolare) il problema venne dibattuto solo verso
il
1740, in quanto la Chiesa, attraverso la voce del
papa Benedetto XIV (al
secolo
Prospero Lambertini) l’aveva ostacolato e condannato apertamente, come
frutto d’ignoranza e di superstizione. La posizione del pontefice collimava con
quella di Maria
Teresa, anche se egli si mostrò meno inflessibile, rispetto alla
sovrana d’Austria. Egli infatti cercò di richiamare al loro dovere il clero
locale. Sostanzialmente identica l’opinione del vescovo di Trani Giuseppe
Davanzati, che nella sua opera Dissertazione sopra i Vampiri (Napoli
1744) relega a superstizione tutti gli episodi relativi al Concistorio di
Olmütz.
Tutto questo scalpore
sull’argomento “vampiri” nel sec.XVIII non aggiunge nessun nuovo episodio
comparabile a quello delle due storie di
Plogojowitz e Paole. In altri termini
la parola
vampiro (e upir), collegata ai morti succhiatori di sangue, rimane in
definitiva circoscritta con assoluta certezza solo nella Serbia a partire dal
1725. È verosimile pensare che, dopo i due episodi serbi del
1725 e del
1726-1731-32, nei paesi dell’Est Europa (Polonia, Cechia, Slovacchia, Lituania,
Bielorussia, Ucraina e Bulgaria), dove il termine arcaico upir (con le numerose
varianti) era conosciuto, l’associazione tra questa parola e i morti
succhiatori di sangue fu piuttosto immediata. Una volta creata questa
associazione è plausibile pensare che il termine upir
vampiro, abbia
soppiantato (o affiancato) altri termini locali (ogoljen per i Cechi,
obour per i Bulgari, miertovjec per i Bielorussi, wieszczy per
i Polacchi), o importati (vukodlak
, con le sue numerose varianti). Si
badi bene però che la sostituzione di un termine con un altro non significava
automaticamente avvallare l’associazione: vampiro/succhiatore di sangue.
Nonostante tutto gli episodi di vampiri/succhiatori di sangue tramandati dal
folklore e raccolti dopo la seconda metà del sec.XVIII non sono così numerosi
come si tende facilmente a credere.
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