Il Vampiro: Analisi di un mito di Renato Agazzi
I Vampiri in Europa dalla metà del Secolo XVIII alle soglie del XIX Secolo
Storia Illustrata del Vampirismo - The Illustrated History of the Vampire 

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I Vampiri in Europa dalla metà del Secolo XVIII alle soglie del XIX Secolo

Jim Burns

Anche analizzando la vastissima documentazione della seconda metà del sec.XVIII, del XIX e dell’inizio del XX non è così frequente trovare l’associazione: vampiri/succhiatori di sangue.

In Ungheria e Romania (terre considerate per elezione ricche di racconti vampireschi) la parola vampiro è un neologismo.

In Ungheria essa appare in un articolo del 1786 (Wilson, 1985). L’unica superstizione assimilabile a quella del vampiro in Ungheria è la credenza nel farkaskoldus (= lupo mannaro), una persona maligna, che morendo assume l’aspetto di uomo-lupo (pertanto la credenza è correttamente collegabile alla licantropia). Solo J.H. Zopf (1733) dice che in Ungheria il vampiro è chiamato pamgri, parola alquanto misteriosa.

In Romania una delle studiose più accreditate del folklore romeno: Agnes Murgoçi (1926) è costretta ad ammettere che il termine vampiro (succhiatore di sangue) è assai poco conosciuto. Le credenze romeno parlano di fantasmi di persone che, sotto le sembianze di gatti neri o di lupi, ritornano tra i vivi. La loro presenza genera molta paura, ma questi spettri (detti arâtares in Transilvania) sono piuttosto inoffensivi. Più pericolosi gli strigoi (Transilvania), identificabili come una sorta di incubi notturni (Cfr. con le striges dell’antica Roma), i murony (o moroi) e i pricolici (Valacchia). Il murony è un uomo vivo dotato di straordinarie capacità. Può trasformarsi in cane e vagare per lande e villaggi. Può causare la morte degli animali domestici solo sfiorandoli, da essi trae la linfa vitale (non si parla di sangue), che lo mantiene sano e fiorente. Lo si riconosce per la presenza di una spina dorsale più lunga del normale (Schott, 1845). La parola murony (moroi) è confrontabile con mahr (e), (tedesco),  nightmare (inglese),  μόρα (greco moderno), morë (albanese) ecc. Tutte parole aventi il significato di incubo. L’origine di pricolici non è molto chiaro, anche se Cioranescu (1965, citato da Perkowski, 1982) fa derivare la seconda parte della parola (-lici) dal greco moderno λΰχοζ , avente il significato di lupo (Perkowski, 1982). La prima menzione della parola pricolici in Romania è in un manoscritto latino sulla storia della Moldavia del 1716, redatto da Demetrius Cantemirius (Perkowski, 1982).

Altro personaggio comune nelle superstizioni romene è il vârcolac,  più direttamente collegato al mito della licantropia, come, per certi versi, anche lo stesso murony. Il noto termine nosferat (o nosferatu), utilizzato dalla Gerard de Laszoska (1888), da Wlislocki (1893) e ripreso dallo scrittore irlandese Bram Stoker in Dracula (1897), è stato chiaramente dimostrato essere inesistente dalla studiosa Lórinczi (1992). La Gerard deve avere storpiato il vocabolo romeno nefărtatu (l), che nella mitologia romena ha sostanzialmente il significato di diavolo.

Completamente assente il vampiro nel folklore greco, dove per contro è assai diffusa la credenza nel vrykolakas :antenato e cugino del vampiro” (Faivre, 1962), originalmente collegato alla licantropia. Il vrykolakas è un morto che non si vuole decomporre (Cfr. la testimonianza diretta di Tournefort, 1717), per numerose ragione, ricordiamo le più significative. Cade in questa condizione colui che muore di morte violenta, in stato di peccato mortale, o perché spergiuro o maledetto dai genitori o scomunicato dalla chiesa (ortodossa). In ambito strettamente greco questo non morto non attacca di notte i viventi per suggerne il sangue. Quando però la figura greca del vrykolakas si trasferisce in area balcanica-slava, assumendo nomi simili (vukodlak, vulkodlak, vrkolak), tra le sue prerogative vi è anche quella di succhiatore di sangue (Cfr. Albero Fortis Viaggio in Dalmazia Venezia. 1774). Quando nell’ ‘800 la contaminazione tra folklore greco e slavo è piuttosto avanzata (Introvigne, 1997) riscontriamo anche in Grecia casi di vrykolakas succhiatori di sangue (Abbott, 1903), ma la parola vampiro non prende mai il sopravvento. In ogni caso è interessante osservare come il termine vrykolakas venga usato dai Bielorussi e dai Polacchi solo per indicare il lupo mannaro, ma mai un vampiro. Ciò avvalora la nostra tesi che queste popolazione adottavano ormai da tempo il termine upir, tenendolo ben distinto da vrykolakas. I Serbi invece usano, accanto alla parola vapir,  anche vukodlak, con il significato di un morto che entra nottetempo nelle dimore, strangola e beve il sangue delle persone (Karadžić, 1969).

Il vampiro bulgaro (obour) sembra procurare, secondo la testimonianza di St.Clair/Brophy (1877), solo paura e piccoli incidenti tra i viventi. Perkowski (1989) parla anche di vampiri bulgari, chiamati vorkolak. Si tratta di persone morte in luoghi impervi (boschi, montagne) o lungo la strada del paese. Attaccati da animali selvatici (corvi e lupi) la loro anima non può più salire in cielo o scendere all’inferno, pertanto vaga intorno al posto in cui si trova il cadavere. Di notte questo spirito strangola e beve il sangue di chiunque capita a tiro. Per liberarsi del vorkolak bisogna erigere una croce benedetta e recitare una messa nel punto del mortale incidente. Sempre in Bulgaria Frazer (1890) parla del vampiro ustrel, che succhia il sangue agli armenti. Una analoga credenza è segnalata in Slovacchia, ma nel XX secolo. Uno studio sul campo, effettuato dallo studioso slovacco J.Mjartan nel 1949, segnala nel distretto di Zempline la credenza nel nelapsi, una sorta di vampiro che attacca il bestiame e le persone, succhiando loro il sangue o soffocandole (Mjartan, 1953, citato da Perkowski, 1989).

 

Facendo un breve bilancio dei lavori prodotti sulla credenza nei vampiri/succhiatori di sangue in Europa dalla seconda metà del secolo XVII alle soglie del XX secolo, bisogna riconoscere che sono decisamente pochi.

 

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