Il Vampiro: Analisi di un mito di Renato Agazzi - Demoni Vampiri nell'antica Grecia e in Roma
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Demoni Vampiri nell'antica Grecia e in Roma

Al di fuori dei morti che ritornano si possono citare le striges romane, ricordate da Ovidio (Fasti, VI, 131-168), dall’aspetto di arpie. Esse volano nel cuore della notte sulle culle dei neonati per suggere loro il sangue. Sempre di striges (sono, però streghe a tutte gli effetti) parla Petronio (Satyricon, 63). Nel pantheon demonologico greco troviamo le empuse o lamiae e le terribili Kéres, di cui parla Esiodo. La credenza nelle lamiae ebbe credito e diffusione anche in Roma. Ne parla in tal senso Apuleio (Metamorfosi, I, 11, 4-8; 12-13; 19). Nel mondo greco il racconto più noto di un’empusa è narrato da Flavio Filostrato, retore greco vissuto tra il II e il III sec.d.C., nella sua Vita di Apollonio di Tiana (IV, 25). La storia di Flegonte di Tralli, scrittore greco del II sec. d.C. (raccolta in Fatti mirabili), spesso accostata alla precedente, non parla di un demone, ma di una bella fanciulla (Philinnio), che lascia materialmente la sua tomba per accoppiarsi con il ragazzo che ama (Machate), le sue intenzioni non sono assolutamente malevoli. Ben diverse sono le intenzioni della protagonista femminile (un’empusa) della storia di Filostrato. Essa circuisce il giovane licio Menippo al solo scopo di nutrirsi del suo corpo (“bello e giovane”), formato da sangue “puro e forte”.  L’empusa era un mostro femminile dall’aspetto ora orribile (di cane, di vacca, o di serpente) ora grazioso. Sotto quest’ultima forma insidiava durante le ore notturne o del primo pomeriggio uomini giovani, per nutrirsi poi delle loro carni. Una prerogativa questa che avvicina l’empusa all’incubo notturno. Questa credenza giunse probabilmente in Grecia tramite la Palestina, dove questi demoni erano chiamati lilim, cioè figlie di lilith  (Petoia, 1991). La parola lilith, indica un demone femminile assiro, assai simile all’empusa. Tuttavia sia le empuse, le lamia e la stessa lilith non succhiano il sangue ai viventi. L’unico demone che ha questa prerogativa è la strix ( plur. striges ), in particolare quella descritta da Ovidio e da Properzio (Elegie, IV, V, 17) Le striges, dice Ovidio, hanno “il gozzo pieno di sangue succhiato” (“plenum poto sanguine guttur habent”) (Fasti, VI, 138). Properzio racconto di come questi immondi demoni vengano consultati per sapere come estrarre il sangue agli uomini.

La storia delle striges contenuta nel Satyricon di Petronio è narrata da Trimalcione, durante la famosa Cena. Essa fa seguito ad una storia di licantropia narrata da Nicerote. Pertanto l’atmosfera nella quale Trimalcione inizia a raccontare è già carica di tensione.

L’accaduto di per se è piuttosto banale. Più che di striges, come descritte da Orazio, qui siamo in presenza di vere è proprie streghe, che riescono, nonostante l’intervento di un uomo robusto, alto e coraggioso (uno schiavo della Cappadocia) a sottrarre il cadavere di un giovinetto, appena morto, alla madre piangente (e questo il nucleo reale della vicenda). Petronio è molto abile nell’introdurre le streghe. Esse non vengono viste materialmente, ma si manifestano attraverso un terribile stridio. Lo schiavo che le affronta dichiara di averne trafitta una, ma in realtà non vede nulla dinanzi a sé (in seguito a questa storia egli morirà pazzo furioso). Questo è l’elemento magico introdotto nella vicenda, per far capire al lettore che quelle donne erano più di semplice streghe, ma delle vere e proprie striges, che probabilmente rapirono il corpo del giovinetto per compire qualche rito sacrilego o per darsi a pratiche di necrofagia.

Anche la storia delle lamiae narrata da Apuleio nelle Metamorfosi ha probabilmente un nucleo reale, notevolmente enfatizzato dall’Autore, abilissimo nel creare un clima fortemente emotivo.  Una giovane donna di Ipata (città della Tassaglia) è stata pesantemente presa in giro da un certo Socrate (amico del narratore Aristomene), probabilmente sedotta e poi diffamata. La donna, complice la sorella, si vendica terribilmente, uccidendo nottetempo il seduttore, probabilmente trapassandogli il corpo con una spada (o più verosimilmente con un pugnale). Un tragico fatto di cronaca, che Apuleio ammanta di contenuti fortemente fantastici e orrorifici. Le due donne sono infatti presentate come due lamie, che entrano nella stanza di Socrate, nonostante la porta sia stata sbarrata dal di dentro, e dopo avergli trafitto il collo con una spada, gli sottraggono il sangue, che fluisce copioso dalla ferita. Non contente strappano il cuore e tamponano con una spugna il terribile squarcio sul collo, proferendo queste amletiche parole: “O spugna, tu nata dal mare, per fiume non devi passare.” All’indomani il terrorizzato Aristomene, testimone di questa tragica avventura, teme di essere incolpato del delitto, ma con sua enorme meraviglia vede che Socrate è vivo. Vivo sì, ma non per molto. Appena i due si allontano dalla città e Socrate si appresta a dissetarsi ad un ruscello, una tremenda ferita si apre dal collo, la spugna scivola fuori e con essa anche la vita di Socrate

La bella e fantasiosa storia narrata da Flegonte di Tralli vuole essere un richiama alla natura, un tremendo rimprovero verso i Cristiani, che soffocano le più spontanee e naturali passioni. L’inizio di questa storia è andato perduto, ma si ipotizza che la repentina morte della bella fanciulla sia dovuta all’imposizione di un voto di castità, da parte della madre di Machate.

(Ricchissimo materiale sui demoni vampiri dell’antica Grecia, di Roma e dell’area mediterranea in generale in Montague Summers, 1928 e 1929. Faivre, 1962. Agazzi, 1979. Petoia, 1991. Melton, 1994. Introvigne, 1997).

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