Il Vampiro: Analisi di un mito di Renato Agazzi - La parola "UPIR"
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La parola "UPIR"

 

Il termine arcaico di vampiroupir” viene segnalato per la prima volta (Perkowski, 1976 e 1989, a sua volta da Moszynski, 1976) in un manoscritto russo del 1047, il Liber Prophetarum. Nel manoscritto il Principe di Novgorod: Vladimir Jaroslav (Melton, 1994) viene appellato come “Upir Lichyi”, cioè “Cattivo Upir”. Perkoswski (1986) afferma che il concetto di vampiro appare per la prima volta in un manoscritto serbo del XIII secolo, nel quale si parla di un vukodlak (vampiro/licantropo), che utilizzando le nubi sale in cielo per divorare il sole e la luna. Una analoga credenza è segnalata anche in Romania da I.Otescu (cit. da Murgoçi, 1926). Tuttavia Perkowski non fornisce ulteriori dettagli sul manoscritto ed inoltre sovrappone arbitrariamente il termine upir con vukodlak , dando per scontato che già nel XIII secolo i due termini fossero considerati sinonimi. Si noti bene che la testimonianza della Murgoçi connota questa creatura (trasformata in un cane) ancora con il termine vârcolac (parola romena, etimologicamente collegata a vukodlak  – lupo mannaro - e alle sue numerose varianti). Citando un’opera serba di anonimo (o di più autori) del 1970 (Srpski mitološki rečnik, Beograd 1970, p.51) Perkowski dice che il termine vampir è attestato tra gli Slavi del Sud fin dal XV secolo. Dubitiamo però che questa affermazione sia esatta. Nel 1721 il naturalista e gesuita polacco Gabriel Rzaczynski (1664-1737), di Cracovia nella sua opera Historia naturalis curiosa regni Poloniae (Sandomir 1721. Trat.XIV, sez.II, p.366), basandosi su di un manoscritto dal titolo Everio Atheism (La distruzione dell’ateismo), del gesuita polacco Jerzy Gengell, parla ancora di upir. Egli precisa che quest’essere è da considerarsi una via di mezzo tra un incubo (può soffocare durante il sonno uomini, donne o bambini) e un morto che mastica nella sua tomba (noto in Germania, fin dal XVII secolo, con il termine nachzehrer, traducibile con masticare). Egli, inoltre, dice:Il funzionario incaricato di esorcizzare i cadaveri, riferisce cose straordinarie circa i morti che, nelle tombe ancora voraci e non decomposti, trucidano i viventi in maniera orribile; dai Polacchi vengono chiamati con il termine particolare di Upiers e di Upierryea. Riguardo le prove che produce,  i documenti autentici meritano forse un’ulteriore discussione” (cit. da Agazzi, 1979).

Da bravo naturalista Rzaczynski assume un atteggiamento piuttosto prudente. Non sappiamo esattamente a che periodo risalga il manoscritto di Gengell, ma in ogni caso a distanza di diversi secoli è ancora la parola upir (var. upuir, upier) che si riscontra in diverse contrade europee (Ucraina, Polonia e Lituania). Anche la testimonianza di Hellwald (1890) non risolve chiaramente la questione. Questi parla di una sorta di demone femminile (Upierzyca, Cfr. con il termine Upierryea, usato da Rzaczynski), diffuso tra gli Ucraini o Ruteni, che nelle notti di luna piena infastidisce i giovani nei loro letti e li consuma di baci e abbracci. Hellwald purtroppo non ci dice se questa credenza è posteriore o antecedente ai dati raccolti da Rzaczynski. Il comportamento della Upierzyca ricorda molto quello della lamia, dei greci e dei romani e quindi potrebbe trattarsi di una credenza molto antica, ma è solo un’ipotesi. Che il giornale francese Mercure Galant del maggio 1693 parli di upierz non ci aiuta molto, in quanto l’autore dell’articolo (tale Desnoyers) traduce arbitrariamente la parola polacca upierz in stryges (già note nella mitologia romana per essere delle succhiatrici di sangue).  Desnoyers attribuisce a queste stryges/upierz la prerogativa di voraci succhiatori di sangue, fornendo tra l’altro un resoconto vago ed esagerato su presunti casi di epidemie di stryges nell’Europa orientale (Ungheria, Polonia e Russia). L’Autore arriva perfino ad asserire che il sangue succhiato da questi cadaveri fuoriesce talmente abbondante dalla bocca, dal naso e dalle orecchie che nel sepolcro questi esseri nuotano nel proprio sangue. Non sappiamo da quale fonte abbia tratto Desnoyers le sue informazioni. Sappiamo però, da uno studio di Porset (1989, citato da Lórinczi, 1992), che questa rivista era solitamente “traboccante di mille stravaganze”. In conclusione  non abbiamo quindi nessuna prova che la parola upir sia all’origine associata con il concetto di “bere il sangue”.  Cosa voglia esattamente dire upir non è assolutamente chiaro. Rimane l’autorevole parere del linguista austriaco Miklosich (1886), il quale suggerisce come possibile centro d’irradiazione la parola turca settentrionale (dialettale) uber (= strega). Teoria accettata da Hock (1900) e da Montague Summers (1928). Non essendo certi che la parola upir  sia da associare all’azione di “succhiare il sangue” il famoso studio etimologico della parola vampiro fatto da Ralston (1872) andrebbe rivisto.

 

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