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La credenza nei morti succhiatori di sangue prima del XVIII secolo
Il
passato (in ambito europeo) è piuttosto avaro nel fornirci testimonianze di
morti risorti dalla tomba e desiderosi di succhiare il sangue dei vivi. Quest’ultima prerogativa è più che altro propria di alcune specie di
demoni
(greci e romani) di streghe (per lo più morte) e di varie
forme di incubi,
stigmatizzate con varie nomi a seconda del popolo incontrato. Un dettagliato
resoconto di un proto-vampiro è contenuto nell’opera Historia Rerum
Anglicarum del canonico agostiniano del monastero di Newburgh (Inghilterra):
William di Newburgh (ca.1136-ca.1208). Il religioso non fu però diretto
testimone. La storia (accaduta nel
1196 circa) racconta di un uomo depravato e
disonesto, che muore cadendo da un tetto, dal quale stava spiando la moglie, che
lo tradiva. Sepolto in stato di peccato, grazie al
potere di Satana, ritorna
dalla tomba ed inizia a tormentare i vivi. Il morto compare con il proprio
corpo, già in fase di decomposizione. A causa di ciò viene ritenuto responsabile
di una perniciosa pestilenza (la sua presenza causa una corruzione dell’aria).
Mentre le autorità religiose decidono il da farsi, il morto uccide un uomo
sgozzandolo. Si decide di riesumare il cadavere. Trafitto con una spada “subito
(dal corpo) esce una quantità di sangue vermiglio e caldo”. I presenti si
convincono che il morto (detto sanguisuga) si sia nutrito del sangue di
molti sventurati. Portato fuori della città venne bruciato. Grazie all’azione
purificatrice del fuoco scomparve dalla città anche la peste.
La
storia non dice espressamente che il morto succhiava il sangue ai vivi, ma il
fatto che questi venisse apostrofato con il termine “sanguisuga” fa chiaramente
intendere come se lo procacciasse.
Tutti i testi di vampirologia che abbiamo potuto consultare e che riportano
questa storia l’hanno estratta dalla traduzione in inglese di
Montague Summers
(1929).
Nel corso dei secoli si susseguono numerose storie di morti trovati incorrotti
nella tomba e accusati di procurare fastidi ai viventi, ma per trovare un
“quasi” succhiatore di sangue bisogna rifarsi ad un’opera di un altro inglese:
il filosofo della
scuola neoplatonica di
Cambridge
Henry More (1614-1687).
Nell’opera An Antidote against Atheism ( London,
1653) è narrata la
storia di un calzolaio della Slesia, morto suicida il 20 settembre del
1591.
Egli ritorna dalla tomba, ma per quanti fastidi arrechi alle sue vittime non
succhia loro il sangue. La storia mette bene in evidenza come il suicidio
esponga il cadavere al rischio di non morire definitivamente. Una seconda storia
più o meno coeva alla precedente (a Breslau, sempre in
Slesia) si avvicina di
più alla figura tradizionale del
vampiro. In questo caso il protagonista, tale
Johannes Cuntius, muore in stato di grave peccato (è ritenuto responsabile di
pratiche magiche e di patti con il Maligno), colpito accidentalmente da un
cavallo. Ritorna tra i vivi, arrecando numerosi fastidi (percuote violentemente
parenti ed estranei, tenta di violentare le donne, causa odori pestilenziali e
fatto curioso si nutre di latte, ma prima lo trasforma in sangue). Esce inoltre
dalla tomba da piccoli orifizi. Esumato il corpo e trovato sostanzialmente in
ottime condizione venne bruciato, non prima di essere fatto a pezzi (con
fuoriuscita abbondante di sangue).
Margaret A. Murray nel suo noto studio The witch-cult in western Europe
(London, 1921) fornisce abbondanti testimonianze relative al
cerimoniale del
sabba, in particolare parlando del sacrificio del sangue, cioè l’offerta di
sangue di strega al diavolo, la Murray fa notare come il diavolo (sotto forma di
gatto o di giovane nero) gradisca succhiare il sangue dal corpo della strega.
Altre volte il diavolo, dopo aver succhiato il sangue, lo sputa e lo utilizza
per la cerimonia del battesimo della strega. Le testimonianze della Murray
coprono un arco di tempo che va dal
1556 al
1662 e sono desunte da vari
processi
di stregoneria celebrati in Gran Bretagna (salvo uno in Belgio nel
1603). Che
questi riti fossero veri o immaginari ha poca importanza, rimane l’indiscusso
nesso tra l’antica credenza delle striges romane e l’azione del succhiare il
sangue. L’azione del succhiare da parte del diavolo evidentemente simboleggiava
il totale possesso del diavolo dell’anima (spesso identificata con il sangue)
della strega.
Il
termine
vampiro in
Inghilterra e in generale nei paesi nordici appare solo verso
il
1730, quando i fatti relativi alle credenze dei due vampiri serbi stavano
facendo, grazie ai giornali dell’epoca, il giro d’Europa. Non è credibile
l’ipotesi di Todd (1827) e Skeat (1884) (entrambi citati da
Wilson, 1985) che Paul Ricaut abbia introdotto il termine nella sua opera State of the Greek
and Armenian Churches (London,
1679). Ricaut non cita mai nella sua
opera la
parola
vampiro. Anche l’associazione di questo termine con varie specie esotiche
di pipistrelli ematofagi (della famiglia dei Desmodontidi, propria dell’America
del Sud) ha scarsissimi riscontri nel folklore (Hock, 1900. Agazzi, 1979). Essa
è opera di naturalisti settecenteschi (Buffon, Gatterer, Linneo, La Condamine,
Martyn), i cui scritti sono tutti posteriori al
1730.
Non si trovano altri documenti sui vampiri/succhiatori di sangue e così si
arriva in un sol balzo nel secolo XVIII, con i due episodi serbi, già visti, e
con il famoso Rescritto sui vampiri di
Maria Teresa d’Asburgo
(1717-1780), regina di Boemia e d’Ungheria, arciduchessa d’Austria e sovrano con
vari titoli sui domini asburgici.
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